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Dietro mentite spoglie

di snanis

Siamo sempre vissuti in un grande bluff? Forse sì!

La storia non fa che ripetersi inesorabilmente attraverso la costruzione di ombre, di mostri, di paure, di nemici e di soluzioni salvifiche, di buoni, di generosi, di etici e di moralisti. Prima si crea un apparente caos e poi si interviene con un pianificato ordine.

A mio avviso, il primo passo per creare un organizzato disordine è il linguaggio. Negli ultimi decenni, dietro a ipocriti concetti si è verificato una vera e propria rivoluzione del significato delle parole se non addirittural’utilizzo di alcune parole coniate all’occorrenza. Tutto concorre a definire una realtà alterata, utile al raggiungimento degli scopi preordinati dove il linguaggio assurge a simbolo di un significato veicolato dalla comunicazione, anch’essa manipolata a proprio piacimento. Ciò è potuto accadere anche grazie ad una pianificata rivoluzione del mezzo comunicativo che adotta modalità di trasmissione del messaggio differenti rispetto al passato.

Diversi sono, a mio avviso, i parametri da prendere in considerazione per effettuare un’analisi del caso che implica un’acquisizione dell’informazione senza che venga attivato il senso critico, il dubbio quindi il ragionamento, uno degli elementi che ci contraddistingue dagli animali. In realtà è proprio a questi ultimi che dobbiamo guardare per renderci conto quanto poco dissimile sia il nostro attuale vivere e percepire questa vita rispetto a loro. Ciascuna specie,seguendo il proprio istinto di appartenenza, ha come denominatore comune l’accettazione passiva dell’informazione toccando le corde dell’emotivitàistintuale e non quelle del ragionamento critico.

Il linguaggio che si è modulato secondo il prototipodello spot pubblicitario o dello slogan politico si è trasformato in diktat, in stigmatizzazione, in assenza di elementi dialogici per la costruzione del sapere e prima ancora del pensiero. L’elaborazione di questo tipo di linguaggio ha centrato esattamente l’obiettivo che è quello di far rimanere l’impulso in uno stato epidermico nell’individuo, di stimolare delle reazioni emozionali, meglio se violente e forti, di poter decodificare il messaggio in informazioni semplici e di facile percezione.

Questo nuovo modo di fare linguaggio si interseca visceralmente con il nuovo modo di fare comunicazione: emoticon, video, audio, dove il grafo è di supplemento e deve essere adeguato alla costruzione di un insieme armonico mediante font e colore e non al messaggio che si vuole veicolare, ché invece rimane molto ambiguo. Il multimediale stimola i sensi ed è l’immagine che fa da padrona. Sebbene sembri, apparentemente, molto innovativo in realtà solo la tecnologia è incredibilmente avanzata rispetto al passato, poiché in nulla differisce, nella sua matrice di significato, dal disegno primitivo ritrovato nelle caverne quale vero e proprio elemento comunicativo delle prime popolazioni di cui abbiamo traccia. Il disegno è evocativo, è di immediata percezione e non richiede decodifica ad un livello più profondo quale la sfera cerebrale.

Da questa breve premessa, possiamo comprendere meglio quale sia la funzione dello slogan comunicativo o meglio ancora della parola che ne costituisce il significato, la quale racchiude in sé una moltitudine di argomenti di difficile ragionamento ai più, e che, di fatto, rimane un involucro scevro di profondità e spessore.  Sono quelle parole usate come armi, i proiettili del linguaggio che sono vettore di un plasma caotico composto da rabbia, delusione, dispiacere, rancore, odio. Il caos (costruito perché funzionale) deriva da un’incapacità a definire e a razionalizzare la realtà circostante perché sono venuti meno i mezzi sia intellettuali a circoscrivere il fatto sia con le parole atte a spiegarlo quel fatto. Ne deriva una posizione di difensiva-offensiva verbale, che ha la sua ragione d’essere nel fare fuoco con le parole proiettile.

Queste parole non sono da confondere con le “parolacce”, quasi da considerarsi vecchi lemmi appartenenti a generazioni di un’altra epoca accomunate da un candore e semplicità d’animo. Le interiezioni non si configurano con le parole proiettile. Queste vanno a definire la nuova suddivisione sociale che, sembra non avere più confini nazionali e non rispecchiare più la classe economica di appartenenza, si delinea nelladicotomica divisione dei giusti e dei cattivi. Si cela un larvato sentore di moralismo, il quale diventa essenziale, pur rimanendo nella sfera superficiale, ma tanto basta, per sentirsi legittimati a utilizzare la “parola proiettile”.

La banale stigmatizzazione è al servizio di questo improprio utilizzo delle parole, da sempre utilizzate all’interno di un contesto dialogico, invece oggi servono a interrompere quello scambio, quel confronto e quella crescita individuale che sussiste grazie alla conoscenza dell’altro da sé.

Appartenere alla sfera dei giusti significa da una parte essere in possesso delle cartucce delle parole proiettilee spararle all’occorrenza, dall’altra portare avanti o aderire ad iniziative velate di moralità, implicita e scontata nel mondo dei giusti, realizzando delle azioni spregevoli e quanto di più immorali e brutali possanoesistere. Poiché lo sbagliato e l’immorale sono sempre appannaggio dell’avversario, indipendentemente da unaanalisi veritiera della realtà, quelle azioni sono addebitate a lui in modo inconfutabile.

Condividere questa posizione del giusto vuol dire poter utilizzare quel linguaggio che ti hanno messo a disposizione, per cui sarà sempre giustificato il tuosparare e uccidere, per suffragare delle azioni che per incapacità, paura, vile volontà non ti apriranno il varco al minimo dubbio, ragionamento, comprensione e crescita. Diventando complice, colpevolmente inconsapevole, di un sistema che sta dimostrando l’inutilità dell’essere umano sulla terra così fintamente evoluto, legato all’atavico atteggiamento belligerante che inizia nei rapporti interpersonali.

Barbara Todini

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