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Intervista Roberto Di Sante

di snanis

La Redazione di Argomenti, ha incontrato il giornalista e scrittore Roberto Di Sante, il quale con le sue doti umane e capacità culturali, racconta come vive la realtà del Coronavirus.

Un virus denominato “Coronavirus”, invisibile ed aggressivo ha resettato un sistema globale. Come vive tale situazione?
“Come tutti. Con ansia e preoccupazione, ma anche con speranza. C’è tanto dolore nel contare le vittime di questo virus. Ogni giorno è come se mio padre e mia madre morissero ancora e ancora fino al numero fornito alle 18 dalla Protezione Civile. Stiamo vivendo una realtà che avevamo visto solo nei film di fantascienza con le piazze più importanti del mondo deserte, la gente in fila davanti ai supermercati con la mascherina, la tensione che ci accompagna quando finiscono i viveri e usciamo a fare la spesa. Un impegno però mi conforta, quello di restare a casa. Perché al momento, in attesa di farmaci specifici e di un vaccino, siamo noi la cura. Stare a casa ci fa rispettare i morti e onorare i vivi. Perché da soli si perde, tutti insieme si potrà vincere e rivedere la luce. Lontani ma vicini, per un unico obiettivo”.

Giornalista affermato, ha scritto due romanzi che l’hanno portata ad affermarsi nell’ambito della scrittura. Come nasce questa vocazione?
“Forse dal mondo fantastico dove sono cresciuto: il cinema di mio padre a Marino. Dai tre anni e mezzo ai trenta è stata la mia seconda casa. Ho vissuto tante storie, seduto davanti allo schermo e in me nacque subito la voglia di inventarne di nuove o modificare per gioco quelle che vedevo. Ricordo che in quarta elementare scrissi la parodia del Conte di Montecristo che stavano dando in tv. La chiamai Il Conte di Monte Cavo, con protagonisti i miei compagni di classe. La maestra la lesse davanti a tutti. Da grande ho raccontato altre storie scrivendo commedie e ora con due romanzi “Corri. Dall’inferno a Central Park” e “Tre”.

Nel primo romanzo “Corri” , parla della depressione e del riscatto attraverso la corsa. Correre, cosa significa per Lei?
“La corsa è vita. Fino a otto anni fa prendevo la macchina anche per fare 100 metri, poi in un periodo terribile sono inciampato nella corsa. E’ stato quando mi sono trasferito a Frascati e scesi a camminare a Villa Torlonia, vicino la mia nuova casa. Vedevo un sacco di gente strana che correva ed io mi chiesi che malattia avesse per farlo. Poi mi sono ammalato anch’io, guarendo e riscoprendo grazie alla corsa il piacere di vivere, un antidoto ai cattivi pensieri e alla malinconia. Sono diventato ricco di amici, di piccole grandi cose che non vedevo o assaporavo come bere a una fontanella, inseguire il sole o farsi sorprendere dalla pioggia. Svegliarsi morti e tornare a casa vivi, semplicemente correndo. Diventare una sola anima in mezzo ad altre mille anime in canottiera e pantaloncini. Afferrare i sogni, anche quelli impossibili”.

Podista tesserato con una società di Frascati, Atletica Tusculum. Ironico ed amico di tutti, quanto Le ha dato l’ Atletica Tusculum nei rapporti umani?
“Mi ha reso la persona più ricca del mondo, mi ha dato una nuova famiglia di pazzi e poeti e ricordato la frase che l’angelo di Clarence diceva nel film di Frank Capra “La vita è meravigliosa”: “Nessun uomo è un fallito se ha degli amici”. Non c’è lo spazio qui per dire tutti i nomi della Tusculum che ho stampati nel cuore, dal grande Maestro Sergio Molinari al presidente “piacione” Diego Ferri. Sono tantissimi, come tantissime sono le risate che ci facciamo. In pubblico e nel privato, sempre in modo sano e rispettoso. Ricostituenti quotidiani di buon umore. Anche grazie a te, caro Mirko, che hai inventato la leggenda della “Triade”. Ma questa è un’altra bella storia”.

Come cambierà l’Italia dopo il Coronavirus?
“Tutti sperano in meglio, che questi tremendi giorni che stiamo affrontando ci insegnino finalmente a far prevalere il bene comune sugli interessi di parte. Pensare con il noi e non più con l’io. E agire di conseguenza, in tutti i campi. Ci sarà anche da fronteggiare una situazione economica difficile, durissima per molti. Vedremo e capiremo come. Ma ora viviamo il dramma di bare portate via dall’esercito, di migliaia e migliaia di storie spezzate, di patrimoni umani soffocati dalla mancanza del respiro. Gente che muore sola, senza la mano o uno sguardo di una persona cara vicino. Se non quello compassionevole di medici e infermieri. E, come diceva Gesù “basta a ciascun giorno la sua pena”.”

Obiettivi per il futuro?
“Ce ne sono tanti, ma ora ho solo un sogno: che sulla ruota delle vittime da Coronavirus esca presto il numero zero. Tutto il resto, come scriveva Shakespeare, è silenzio”.

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